premiazione del progetto vincitore per il memoriale a Nonantola

E’ stata una bella sfida. In tempi di bulimia memorialistica, ma anche al cospetto di altissimi esempi di architetture e opere d’arte dedicate alla memoria – solo in zona basti pensare al Museo Monumento al Deportato Politico e Razziale di Carpi, al Museo per la memoria di Ustica a Bologna e al MEIS di Ferrara –  inventare un dispositivo che traduca in forme e spazi originali una storia speciale, unica nella sua complessità e articolazione, non è affatto scontato. Come membri di una giuria che ha lavorato in grande armonia e con unità di intenti, eravamo seriamente preoccupati che dopo tanti anni di elaborazione culturale, la montagna partorisse un topolino. Così non è stato: non entrerò troppo nel merito del progetto vincitore, compito assegnato a persone ben più competenti, dagli stessi progettisti all’architetto Anna Allesina che ha seguito con grande attenzione l’intero iter concorsuale. Avendo avuto però la fortuna di partecipare negli ultimi anni all’intensa attività preparatoria promossa dall’instancabile direttore e dagli autorevoli membri del comitato scientifico della Fondazione Villa Emma, per non parlare del Presidente Stefano Vaccari, non posso esimermi dal sottolineare come alcuni aspetti cruciali della vicenda siano stati tradotti in arte e architettura.

Se dovessimo sintetizzare in una parola cosa caratterizza la storia di Villa Emma, forse precarietà sarebbe la più appropriata: di chi è costretto a fuggire dalla propria terra, di chi lascia luoghi familiari per giungere in altri che non rappresentano neppure la meta, ma solo una tappa del viaggio, di chi affida la propria sopravvivenza a persone sconosciute, di chi è costretto a cambiare continuamente dimora. Come esprimere la precarietà in un edificio-museo che per definizione è stabile e deputato a eternare quella storia nella coscienza del pubblico? Partiamo da quello che questo memoriale non doveva e non poteva essere. In primo luogo, un edificio unico, concluso, impermeabile all’esterno, come prospettato da molte soluzioni progettuali. La storia, sappiamo, è infatti doppiamente policentrica: parte da fuori Italia, dalla Germania e dall’ Austria, da dove proviene la maggior parte del primo gruppo di ragazzi, a Spalato  da dove muovono invece i 33 del secondo contingente, da Sarajevo a Zagabria alla Slovenia, da Trieste a Nonantola (dove il primo gruppo giunge nel luglio ’42 e il secondo nell’aprile ’43) e poi, ancora, dopo l’8 settembre in Svizzera e, infine, a guerra conclusa, in Palestina. Ma la storia è policentrica anche nella stessa Nonantola dove i ragazzi trovano asilo prima a Villa Emma e poi nelle case degli abitanti e in altri luoghi del paese. In modo singolare, proprio Pratogalli, dove sorgerà il nuovo organismo, non è un luogo vissuto ma solo attraversato nel tragitto dalla Villa al paese; la sua prerogativa, come bene esprime il titolo del concorso, è di essere “Davanti a Villa Emma”.

Come tradurre dunque  i  concetti di precarietà,  policentrismo e transito in spazi e percorsi? Mutuando il termine “contro-monumento”, che si addice ai memoriali  che cercano di abbassare il loro tasso di monumentalità a favore di un coinvolgimento e attivazione dello spettatore, Riccardo Bianchini e Federica Lusiardi parlano di “non edificio”, in tre accezioni: la rarefazione del confine, dunque la trasparenza dell’involucro che lo rende permeabile alla campagna circostante; l’adozione del legno come materiale costruttivo, il riferimento alla sukkah in quanto archetipo di riparo temporaneo ma, soprattutto, il dinamismo degli elementi strutturali, i pannelli che supportano la documentazione, girevoli lungo le traiettorie che additano i luoghi di provenienza e di approdo dei ragazzi. Sotto la grande copertura, in parte opaca in parte trasparente, attraversata dalle stesse traiettorie, “l’architettura si frammenta e disarticola nella dorsale centrale, alcuni setti si spostano, altri ruotano coerentemente con le direzioni dei luoghi, vicini e lontani, disegnando così un margine ibrido e non definito”. Al cospetto dell’andamento a zig-zag della dorsale centrale, come non pensare alla saetta del Museo ebraico di Berlino, frutto del collegamento sulla pianta della città delle abitazioni dei protagonisti della cultura ebraica tedesca?

Si tratta di una struttura che, nella sua leggerezza e adattabilità, riflette la discrezione con cui il paese e i suoi abitanti hanno elaborato nel tempo la memoria di questa vicenda: prima inglobandola nella Resistenza, poi marginalizzandola, forse per non farne presuntuosamente un vessillo di identità.  E’ un’ipotesi.

Memoriale come transito, dicevamo. Anche qui il pensiero vola al memoriale progettato da Peter Eisenman a Berlino per i 6 milioni di ebrei uccisi in Europa, una grande griglia sbilenca da attraversare nei suoi plurimi percorsi, un pezzo di Berlino città aperta. Il contro-edificio, spiegano i progettisti, “è stato disegnato su una maglia ortogonale disarticolata dall’attraversamento delle linee di forza delle direttrici, in particolare dalla linea ideale che collega villa Emma con Israele”.

A differenza della maglia pensata “davanti a Villa Emma”, però, dove le traiettorie connettono e riannodano i fili di una storia a lieto fine, a Berlino la griglia ortogonale e  il principio razionale che la sottende, impazziscono e collassano; i percorsi scoscesi, vertiginosi e destabilizzanti creano un baratro, uno strappo, una lacerazione nella storia della città e del suo tessuto urbano.

Il bando prevedeva la compresenza della dimensione artistica e di quella architettonica attraverso una collaborazione tra le due figure professionali secondo modalità da loro scelte liberamente. Visti i rapporti perloppiù conflittuali tra le due categorie a confronto – per restare a Berlino, si pensi alla diserzione di Richard Serra nella seconda fase di concorso – i vincitori hanno scelto la soluzione più saggia: svolgere in proprio i due ruoli. Quello artistico, cui è affidato il compito di collegamento tra i luoghi di ospitalità, configura una sorta di memoriale diffuso: la sedia, “oggetto domestico senza tempo”, simbolo di accoglienza, identifica il monastero, le case, le officine e le botteghe che hanno accolto i ragazzi. Soggetto principe della storia dell’arte, da Van Gogh a Joseph Kosuth, ma anche in ambito memorialistico, se pensiamo a Der verlassene Raum di Karl Biedermann nella Koppenplatz di Berlino o alle 70 grandi sedie che occupano la piazza dedicata agli eroi del ghetto a Cracovia, realizzate dagli artisti polacchi Piotr Lewicki e Kazimierz Latak, quelle in bronzo di Bianchini e Lusiardi non si limitano a evocare ma segnalano, come gli Stolpersteine nella mappa della memoria di Gunter Demnig, luoghi precisi di accoglienza: sono tutte uguali ma ognuna racconta, sullo schienale e sul sedile, un luogo e una storia diversa.

Poichè, anche nelle celebrazioni come quella odierna, è bene mantenere un’attitudine critica, anche in questo bel progetto si possono ravvisare alcune criticità su cui sarà importante continuare a discutere in fase di realizzazione. Mi riferisco in particolare alla presenza della cornice che inquadra Villa Emma quale unico indicatore del rapporto tra i due luoghi prospicienti, e al muro costruito con “le pietre che hanno osservato” delle case Sacerdoti, mera citazione di strutture pre – esistenti.

E concludo. In tempi di allarmante recrudescenza del razzismo, dell’antisemitismo e dell’omofobia, realizzare un memoriale che sia allo stesso tempo un luogo per riflettere su differenze e analogie tra l’accoglienza di ieri e quella in atto oggi nei confronti di nuovi soggetti in fuga dai loro paesi di origine, è di grande importanza e attualità, per Nonantola, per l’Emilia Romagna, per l’intero paese. Come pure contrapporre alla spudorata rivalutazione del fascismo e del suo tronfio patrimonio architettonico, si pensi a  Predappio, una soluzione discreta, umana, priva  di retorica, che non s’imponga ma si integri al contesto.