A partire da un archivio

Il Memoriale della Shoah in rue Geoffroy l’Asnier a Parigi è il più grande centro di documentazione sull’ebraismo europeo e sulla Shoah. Annovera, per difetto, 60 milioni di voci, 300.000 immagini, 80.000 libri.
La sua storia avventurosa e il carattere pionieristico della sua concezione hanno funzionato da modello per i tanti musei e memoriali a venire.
Il 27 gennaio 2005, in occasione dei sessant’anni dalla Liberazione, il Memoriale inaugura la sua versione attuale. Con l’eccezione di Yad Vashem a Gerusalemme, si tratta probabilmente del complesso memoriale più articolato e poliedrico: un imponente archivio storico convive infatti con l’esposizione storica permanente e con molteplici episodi artistici e architettonici, dal Memoriale al martire ebreo ignoto al Muro dei nomi delle vittime a quello dei nomi dei Giusti, a sculture e  bassorilievi. Se si considera anche la costola dell’ex campo di internamento di Drancy dove, nuovamente, monumenti, reperti e un museo recentissimo affacciato sulla Cité de la Muette dialogano con l’architettura e l’ambiente circostante, l’insieme assume una fisionomia sorprendentemente policentrica e diffusa. Senza dimenticare che anche il Musée d’Art et d’Histoire du Judaïsme a rue du Temple è nel Marais,  dove gli ebrei hanno vissuto per nove secoli. Accomuna Parigi a Gerusalemme anche il carattere in fieri del complesso memoriale: dal 1943, quando viene istituito il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDJC), al 2012, quando è inaugurato il Memoriale della Shoah di Drancy, fino all’ultimo capitolo ancora da scrivere: il Municipio di Parigi concederà infatti in prestito al Memoriale l’Hotel de Chalons Luxembourg, proprio di fronte alla sede attuale; lì avranno sede  gli uffici consentendo così di ampliare gli spazi riservati alla formazione e alle esposizioni. Il Memoriale assumerà anche la responsabilità del CERCIL, il Museo-memoriale dedicato ai bambini del Vel’ d’Hiv, inaugurato a Orléans il 27 gennaio 2011 per raccogliere e documentare la storia dei campi di internamento della Loiret, da Pithiviers a Beaune-la-Rolande dove, dal 1941 al 1945, sono stati rinchiusi ebrei, politici e rom.
Infine, il Memoriale è una struttura privata sostenuta dalla Fondazione per la Memoria della Shoah, che gestisce i fondi dei risarcimenti per le spoliazioni .
Che l’abbrivio del Memoriale sia nel Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea è già singolare: fonti scritte, documenti e testimonianze raccolte in tutta Europa, a disposizione  di storici, ricercatori, avvocati e magistrati. Nasce nell’aprile 1943 a Grenoble, occupata dalle truppe italiane, a seguito dell’incontro tra una quarantina di organizzazioni ebraiche, ufficiali e clandestine; con uno scopo preciso di grande lungimiranza: contro ogni potenziale negazionismo e revisionismo, rintracciare e raccogliere i documenti che provino quanto accaduto agli ebrei durante la guerra, le loro sofferenze ma anche i loro atti di eroismo. In secondo luogo, preparare un «cahiers des revendications»[1] che consenta la reintegrazione degli ebrei nella società francese alla fine del conflitto. Già nel 1944 sono attive due Commissioni: l’Association fraternelle des anciens internés et déportés juifs, affiliata alla Federazione nazionale dei deportati e internati resistenti e patrioti (FNDIRP), di ispirazione comunista, e la Confédération générale des anciens internés victimes du racisme, Drancy, Compiègne, Pithiviers, Beaune-la-Roland e altri campi, animata da ex resistenti e internati nel campo di Drancy.
L’artefice visionario del Centro, colui che vi ha fermamente creduto e che si è tenacemente battuto per la sua realizzazione, è Isaac Schneersohn, il cui appartamento a Grenoble è stata la prima sede del Centro. Nato nel 1881 in Ucraina, rabbino di illustre lignaggio hassidico, fugge nel 1920 a seguito della rivoluzione bolscevica e si stabilisce a Parigi. Qui diviene punto di riferimento per dirigenti comunitari e sionisti come Chaim Weizmann, il primo presidente dello Stato d’Israele, e Vladimir Jabotinsky. Rinuncia a fare il rabbino e diviene amministratore delegato della Société Anonyme de Travaux Métalliques (SATM). Allo scoppio della guerra perde il posto a causa delle leggi sull’arianizzazione. L’invasione tedesca della zona italiana nel settembre 1943, costringe Schneersohn a trasferirsi con la famiglia in Dordogne e a sospendere le attività di ricerca avviate con il sostegno di validi collaboratori come lo storico Léon Poliakov. Il materiale già reperito è nascosto e non sarà mai più trovato. Nell’autunno del 1944 Schneersohn raggiunge finalmente Parigi. Nella sua nuova residenza riprendono i lavori del Comitato: grazie allo spoglio della Gazzetta Ufficiale, nel 1945 viene pubblicato un primo rapporto sulla situazione giuridica degli ebrei. Mentre procede la compilazione di una lista delle imprese “arianizzate” e dei loro amministratori, il Centro di documentazione, nelle persone, tra gli altri, di Léon  Poliakov e Joseph Billig, è impegnato nella riunificazione degli archivi, disseminati in varie sedi. Mettono così le mani su archivi fondamentali: quello del Commissariat Général aux Questions Juives, CGQJ, quello dell’Ambassade d’Allemagne à Paris, dell’État-Major, de la Délégation générale du Gouvernement de Vichy et soprattutto, quello del Service anti-juif della Gestapo, uno dei pochi recuperati in Europa. Proprio questi documenti forniranno al Procuratore aggiunto Edgar Faure le prove per l’accusa di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità nel corso del processo di Norimberga, tra il 20 novembre 1945 e il 1 ottobre 1946. In cambio, il CDJC sarà ammesso tra i destinatari dei documenti processuali, in particolare della “serie blu” che contiene l’intero dibattito di Norimberga, dei 12 processi indetti successivamente nello stesso luogo davanti a un tribunale americano (contro medici, industriali, comandanti…) e, infine, degli archivi personali di Alfred Rosenberg, l’ideologo del nazismo. Agli stessi archivi si ricorrerà nel 1987 nel corso del processo al boia Klaus Barbie. La partecipazione al processo di Norimberga guadagna al Centro un grande prestigio internazionale: oltre a raccogliere la documentazione più ampia sul terzo Reich e il governo di Vichy, organizza conferenze – come la prima europea sul genocidio –  e produce pubblicazioni, studi storici e, dal 1946, la rivista “Le  Monde juif ”, la prima rivista di storia della Shoah, di cui Schneersohn sarà direttore fino al 1969, quando morirà all’età di 88 anni. La rivista continuerà le sue pubblicazioni fino al 2004 quando sarà sostituita dalla “Revue d’histoire de la Shoah”.
Una delle preoccupazioni di Schneersohn è stata, sin dagli esordi del Centro, la restituzione dei beni confiscati agli ebrei. Dopo la redazione del primo studio sulla situazione giuridica, il Centro segue direttamente e attivamente il processo d’indennizzazione portato avanti nel corso degli anni Cinquanta attraverso accordi e convenzioni tra la Repubblica Federale Tedesca (RFA), lo Stato d’Israele e la Claims Conference, fondata all’uopo nel 1951. Nel 1953 è varata la legge BEG (legge federale d’indennizzazione delle vittime delle persecuzioni nazional-socialiste tra il 1933 e il 1945, per l’ottenimento di un trattamento pensionistico. A seguito di altri 12 accordi bilaterali, nel luglio 1960 è firmata finalmente la convenzione tra Francia e Germania per il versamento da parte dell’amministrazione francese di un risarcimento agli internati e deportati francesi, ai membri della resistenza e ai politici. Grazie al suo prodigarsi, il Centro gode dal 1958 dello statuto di esperto attribuitogli dall’amministrazione della Germania ovest. Occorrerà attendere il 1997 perché il Presidente Alain Juppé istituisca la Missione Mattéoli, presieduta dal combattente partigiano Jean Mattéoli e tra i cui membri spicca la storica Annette Wievorka. Le cifre a cui ammontano le confische finanziarie e materiali, soprattutto di opere d’arte, sono vertiginose: 1,35 miliardi di euro (più di 5,2 miliardi di franchi di allora). Solo quelle finanziarie (contratti di assicurazione, titoli bancari e di borsa) ammontano a 520 milioni di euro. La commissione valuta che le restituzioni si aggirino tra il 90 e il 95%. Dal 2000, quando la Missione conclude il suo lavoro, il testimone passa alla Fondazione per la Memoria della Shoah, creata per decreto governativo e alla Commissione per l’indennizzo delle vittime delle spoliazioni (CIVS). Sotto la presidenza di Simone Veil fino al 2007 e poi di David de Rothschild, la Fondazione ha lo scopo di sostenere e promuovere ricerche e pubblicazioni sulla storia della Shoah, la cultura ebraica, l’antisemitismo, la trasmissione della memoria, il dialogo interculturale e interreligioso: circa tremila iniziative dal 2000! Ed è grazie alla Fondazione che il Memoriale di Parigi ha potuto crescere e quello di Drancy venire alla luce. Un passo indietro.

Dalla tomba al memoriale

Nel 1951 Schneersohn ha un’altra intuizione geniale: in tempi non sospetti, quando la memoria della Shoah è praticamente assente dal discorso e dallo spazio pubblico, inglobata dal mainstream della memoria resistenziale, opina che il concentrarsi del Centro di documentazione esclusivamente su attività editoriali e archivistiche soddisfi sì le necessità degli specialisti ma non la curiosità e l’emotività del pubblico più vasto. Il Centro è un grande monumento spirituale ma non consente, come quelli di pietra, immedesimazione e delega. Nasce così l’idea di un luogo dove ricordare le vittime del genocidio ebraico in Europa, una “Tomba del martire ebreo ignoto”, nella tradizione del culto laico del milite ignoto a seguito del primo conflitto mondiale, dove raccogliere le ceneri dei morti nei ghetti e nei campi di sterminio. Gli Ebrei sono il popolo del Libro, obietta qualcuno, mentre altri s’interrogano sul perché a Parigi e non nella «topografia del terrore»[2] della Polonia e della Germania, o a Gerusalemme,  centro simbolico dell’ebraismo.  Schneersohn non demorde, convinto che proprio la Francia, dove la Rivoluzione ha emancipato gli Ebrei, aggredita per tre volte in un secolo dai tedeschi, sia il paese più incline a non dimenticare e a difendere i valori della libertà e della democrazia. Nella Tomba, embrione del Memoriale, Schneersohn pensa di riunire i materiali sparsi del Centro, e di aggiungervi nel tempo una sala per conferenze e una mostra permanente; una articolazione oggi consueta ma assolutamente inedita in tempi in cui la commemorazione delle vittime era confinata nei luoghi stessi dello sterminio. «Il Memoriale all’ebreo ignoto costituisce una sorta di anacronismo nazionale e internazionale per la sua precocità e per la sua concezione»[3] dichiara Annette Wievorka.
In tempi record Schneersohn nomina un Comitato mondiale, incaricato di reperire i fondi necessari, sotto la presidenza di Justin Godard, avvocato, membro della Resistenza, ex ministro radical-socialista, impegnato nella protezione attiva degli ebrei perseguitati e nella salvaguardia dei loro beni. Il consenso è unanime e generoso e, sul terreno donato nel 1952 dalla municipalità di Parigi insieme a un milione di franchi, ha luogo il 17 aprile 1953 in pompa magna la cerimonia della posa della prima pietra, mentre l’inaugurazione avverrà tre anni dopo, il 30 ottobre 1956, quando il mondo è col fiato sospeso per la crisi di Suez. Due gli architetti: Alexandre Persitz, deportato ad Auschwitz e Dachau, progettista della sinagoga di Strasburgo, e Georges Goldberg, combattente valoroso e Croce di Guerra. Gli intenti sono: sobrietà, severità, assenza di effetti speciali, low profile. La Tomba ha sede in un grande cubo di pietra, la cui facciata è contraddistinta da una Stella di Davide e da tre iscrizioni: una poesia in ebraico di Zalman Schneour: “Ricordati cosa ti è stato fatto da Almalek della nostra generazione, che ha sterminato 600 miriadi, corpi e anime, senza una guerra”, una iscrizione in francese di Godard, primo Presidente del Memoriale: “Davanti al martire ebreo ignoto, inchinati pietosamente per tutti i martiri, cammina con loro lungo la loro strada dolorosa che condurrà all’alta sommità di giustizia e verità” e, in ebraico e in yiddish: “Non dimenticare”. I fianchi del cubo sono invece di pietra traforata con il motivo, ripetuto, della Stella di Davide: uno verso la Allée des Justes, di cui diremo, l’altro sulla nuova ala del Museo, dove è situato l’attuale ingresso. Di qui, occorre scendere di un piano per accedere alla Tomba, articolata su due livelli. Nel più basso, la cripta, in semi oscurità e foderata di pietra grigia scabra, è il memoriale vero e proprio: se sulla parete di fondo campeggia una frase tratta dalle Lamentazioni, al pavimento una grande Stella di Davide di marmo nero poggia su una vasca rotonda. E’ illuminata dall’alto da un lucernaio corrispondente al grande cilindro di bronzo che occupa il cortile esterno intorno al quale sono scritti i nomi del ghetto di Varsavia e di dodici campi di concentramento.
Al centro della Stella, la fiamma perenne è circondata da sei cavità rotonde che ospitano le ceneri dei campi di Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Majdanek, Sobibor, Treblinka, Mauthausen e del Ghetto di Varsavia, tutte inviate da Israele e lì depositate il 24 febbraio 1957. Nelle sei punte della Stella sono invece custoditi rotoli di pergamena consegnati dalle comunità ebraiche europee falcidiate dal nazismo. Una piccola scalinata ci accompagna al piano superiore dove ci aspettano  plurimi episodi: difronte, come una sorta di aron-ha-kodesh, la porta in legno proveniente dalla baracca n.6 del campo di Beaune-la-Rolande nel Loiret, trovata da Serge Klarsfeld; su una parete, 6 armadi di ferro a forma di Tavole della Legge custodiscono i Libri della Memoria con i nomi di tutti gli ebrei europei rimasti senza sepoltura e,  sotto, il modello del Ghetto di Varsavia esposto in una mostra del 1961. Infine, avviandoci verso l’uscita, una piccola stanza ospita i preziosissimi “fichier juif”, gli schedari redatti tra il 1941 e il 1944 dalla polizia di Vichy, che resero possibile la cattura degli ebrei, reperiti da Klarsfeld negli Archivi del Ministero degli Antichi Combattenti e consegnati al Memoriale nel 1997 per volere di Chirac. Chiusi entro teche trasparenti, non sono consultabili, sono un “monumento” da vedere e da pensare; consultabili sono invece le loro copie depositate presso gli Archivi di Stato. Due eventi degni di nota accadono tra la posa della prima pietra nel 1953 e l’inaugurazione della Tomba tre anni dopo. Il primo ci porta a Gerusalemme dove, il 19 agosto 1953, il Parlamento israeliano, a dieci anni dall’insurrezione del Ghetto di Varsavia, vota la legge “sulla perpetuazione della memoria della catastrofe e dell’eroismo della resistenza – Yad Vashem – 1953”, con l’intento di riunire sul suolo patrio tutto ciò che concerne la memoria delle vittime e degli eroi della Shoah. La legge si compone di due parti: la prima stabilisce i destinatari della commemorazione – sei milioni di vittime, le famiglie annientate, le sinagoghe distrutte, le comunità scomparse, i Giusti che hanno protetto e salvato gli ebrei. La seconda accorda invece a Yad Vashem la centralità della memoria e della commemorazione, vale a dire tutta la documentazione esistente e la primogenitura nelle realizzazioni memoriali. La stessa legge stabilisce poi l’attribuzione a tutte le vittime del genocidio della cittadinanza israeliana postuma. Per Schneersohn è una pugnalata alla schiena. Inutile risulterà il suo tentativo di spiegare a Nahum Goldmann, fondatore del Congresso mondiale ebraico, che Israele e la diaspora sono due realtà distinte che non devono entrare in rotta di collisione e che la decisione di Gerusalemme avrebbe potuto creare problemi ai non ebrei che hanno generosamente contribuito al Memoriale e al comune di Parigi che ha donato il terreno. La ricerca di un compromesso è affidata a Goldmann e il 12 dicembre 1953 l’accordo firmato da Schneersohn e Benzion Dinour, presidente di Yad Vashem  e Ministro dell’Educazione, è siglato a Gerusalemme[4]. Articolato in nove punti, prevede: la consegna a Gerusalemme di tutto il materiale in possesso del Centro, in originale o in copia. Yad Vashem si impegna in cambio a inviare al Centro copia dei materiali in suo possesso, a spese del Centro. In secondo luogo, Il Centro è tenuto a consegnare a Gerusalemme la lista dei nomi delle vittime raccolti sino al momento dell’accordo e a interrompere la raccolta a partire dal mese successivo alla firma dell’accordo stesso. Come terzo punto, Israele concorda sulla costruzione della Tomba, il cui budget è stabilito dall’accordo e s’impegna a intervenire presso istituzioni e singole personalità per reperire i fondi necessari alla realizzazione. I punti che seguono riguardano l’entità della somma necessaria alla costruzione (500.000 dollari americani), l’istituzione che deve farsene carico (The Conference of Jewish Material Claims Against Germany, Inc.) i tempi di costruzione (tra due e tre anni), il ruolo del Comitato di sostegno (autorizzato a continuare la ricerca di fondi nel caso la cifra stabilita non venisse versata). Per quanto riguarda le spese necessarie al sostentamento del Centro (20.000-25.000 dollari), Schneersohn ha il diritto di fondare un circolo di amici del Centro (non più di 250) esteso esclusivamente a Francia, Belgio e Svizzera. Infine, l’accordo entrerà in vigore il giorno in cui la Conference of Jewish Material Claims Against Germany, Inc. avrà preso l’impegno di versare  la cifra concordata e pagato l’acconto di 150.000 dollari. In caso ciò non avvenga, il Centro avrà il diritto di continuare la ricerca dei fondi senza alcuna interferenza da parte di Yad Vashem. Un accordo che garantisce certamente la costruzione della Tomba ma a caro prezzo: nonostante il suo ruolo pionieristico, il Memoriale occuperà una posizione di centralità solamente in ambito europeo.
Ma il 1953 è anche l’anno in cui, a poche centinaia di metri da rue Geoffroy d’Asniers, in Square dell’Île-de-France, viene posta la prima pietra de il Mémorial des Martyrs Francais de la Déportation dal 1940 al 1945. Tre anni prima, il CDJC e il Réseau du Souvenir (una associazione che mira a unire il numero più ampio possibile di francesi nel ricordo dei martiri della Deportazione) avevano condiviso l’idea di creare una sorta di “polo memoriale” dove potessero essere ricordati, separatamente, sia gli ebrei sterminati,  sia i 200.000 deportati francesi sotto il regime di Vichy. Inaugurato nel 1962 da De Gaulle, quello dedicato a questi ultimi è progettato da Georges-Henri Pingusson, ed è quasi invisibile a livello stradale: una grande aiuola, due roseti piantati per iniziativa delle donne deportate a Ravensbruch e un muro di pietra sbozzata – materiale che informerà assieme al ferro l’intero complesso – con inciso il nome del luogo.  Il Memoriale, sorta di museo-percorso, è ipogeico, monumentale, claustrofobico per il continuo riferimento, attraverso cancelli e grate, al carcere, e fastidiosamente simmetrico. Due gli episodi originali: il cortile, cui si accede attraverso due ripide rampe di scale dal piazzale superiore. Aperto, vuoto, circondato da muri di pietra, è a forma di prua, con la punta rivolta verso la Senna: attraverso una grata, sormontata da una scultura a lamine aguzze e svettanti di ferro, l’acqua penetra nel cortile rendendolo, a seconda del livello, più o meno accessibile. Di qui, attraverso un varco strettissimo si giunge nella grande sala esagonale, le cui pareti sono incise con i nomi dei campi. Di fronte, in continuità con il varco d’ingresso e intransitabile, un percorso altrettanto angusto di marmo nero culmina in una luce perenne: è quest’ultima a far scintillare i 200.000 cristalli appesi alle pareti. Per il resto, stanze vuote con grate e cancelli si succedono ad altre con le mappe che segnalano i campi di deportazione in Francia e il numero dei deportati per regione. Altri due cunicoli mostrano invece, attraverso piccoli schermi incastonati entro nicchie, da un lato la deportazione ebraica in tutte le sue drammatiche fasi, dall’altra gli episodi di ribellione: evasioni, insurrezioni, come quella del 1943 nel campo di Treblinka, solidarietà e generosità verso i compagni di sventura, le testimonianze scritte e disegnate, la fede, il sabotaggio, la resistenza. Attraverso la stessa scala ripidissima, torniamo finalmente a riveder la luce e la città. Non c’è dubbio che alcuni elementi progettuali, quali i passaggi stretti o il tentativo, attraverso nomi e cristalli, di rendere l’entità della deportazione e dei suoi costi in termini di vite umane, siano comuni ai due memoriali, come pure l’intenzione di mostrare le due facce della medaglia di quegli anni cupi: la crudeltà dei carnefici ma anche la capacità di riscossa delle vittime e il coraggio dei Giusti. Insieme, consentono di comprendere la deportazione in tutte le sue declinazioni, politica e razziale, come pure di attribuire al governo di Vichy un ruolo di assoluto comprimario.
Dal 1957, quando vengono depositate le ceneri nella Tomba, al 2005, quando il Memoriale è inaugurato nella sua versione attuale, le attività ospitate nella sede originaria si limitano alla consultazione dei libri e dei materiali d’archivio,  alle mostre temporanee, come quella sul ghetto di Varsavia del 1961[5], alle visite delle scuole, alla pubblicazione della «Revue d’Histoire de la Shoah». Se nel 1974 la Tomba del martire ebreo ignoto assume il nome di Memoriale, l’edificio che lo ospita è riconosciuto nel 1991 “monumento storico”. Ma il vero impulso al suo ampliamento e, più in generale, all’intera attività memorialistica in Francia, è il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Jacques Chirac il 16 luglio 1995, nel corso della commemorazione dei 53 anni trascorsi dal Rafle du Vel’ d’HIv, quando 13.000 ebrei francesi, in maggioranza donne e bambini, sono stati rastrellati e rinchiusi in campi d’internamento prima di essere avviati allo sterminio  ad Auschwitz. «Quelle ore buie hanno insozzato per sempre la nostra storia e sono un’ingiuria per il nostro passato e le nostre tradizioni. Sì, la follia criminale dell’occupante tedesco fu assecondata dalla Francia, dallo Stato francese»[6]: un’ammissione di colpa e complicità con il nazismo che il suo predecessore, il socialista François Mitterand, non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare, continuando a distinguere tra il regime illegittimo di Vichy e la Repubblica francese. Solo nel 1994 era stato costretto, quasi a furor di popolo, a decretare il 16 luglio “Giorno della memoria delle vittime delle persecuzioni razziste e antisemite commesse sotto l’autorità del cosiddetto governo dello Stato francese tra il 1940 e il 1944”. Continua Chirac: “La Francia, patria dell’Illuminismo e dei diritti umani, terra dell’accoglienza e dell’asilo, la Francia, quel giorno, compì l’irreparabile. Venendo meno alla sua parola, ha consegnato i suoi protetti ai loro carnefici […] Settantaseimila ebrei espulsi dalla Francia non torneranno.  Abbiamo un debito eterno nei loro confronti. […] Trasmettere la memoria del popolo ebraico, delle sofferenze e dei campi di sterminio. Portare testimonianza ogni giorno. Riconoscere gli errori del passato e gli errori commessi dallo Stato. Non nascondere nulla delle ore buie della nostra storia è semplicemente difendere un’idea dell’uomo, della sua libertà e della sua dignità. È combattere contro le forze oscure, costantemente al lavoro. […] Certo, sono stati commessi degli errori, degli sbagli, c’è stato un errore di massa. Ma c’è anche la Francia, una certa idea della Francia, giusta, generosa, fedele alle sue tradizioni, al suo genio. Questa Francia non è mai stata con Vichy, questa Francia non era più, e da tanto tempo, a Parigi. Era nelle sabbie libiche e ovunque i francesi liberi combattessero. Era a Londra, incarnata dal generale de Gaulle. Era presente, una e indivisibile, nel cuore di questi francesi, questi “Giusti tra le nazioni” che, nel tumulto più nero, salvarono, a rischio della propria vita, come scrive Serge Klarsfeld, tre quarti della comunità ebraica che viveva in Francia, dando la vita per ciò che aveva di meglio, i valori umani, i valori di libertà, giustizia, tolleranza che sono alla base dell’identità francese e che ci impegnano per il futuro»[7].
Parole coraggiose che hanno squarciato il velo dell’omertà e incoraggiato il popolo francese a fare i conti con il proprio passato; approdo della battaglia condotta negli anni Novanta da Klarsfeld perché la Francia riconoscesse la sua responsabilità nella persecuzione degli ebrei. Anche se l’emigrazione recente e massiccia degli ebrei francesi verso lo Stato d’Israele a causa dell’antisemitismo attesta come quel processo di elaborazione non sia affatto concluso.
Nel 2005, dunque, apre la nuova ala del Memoriale della Shoah. Nell’inaugurarla, il presidente Chirac, dopo aver reso omaggio a Schneersohn, «archivista dello spirito contro la burocrazia della barbarie»[8], ribadisce la responsabilità dei francesi e dello Stato francese nella follia criminale degli occupanti, ammonisce che l’antisemitismo non è «un’opinione» ma «una perversione»  e che la memoria della Shoah non è appannaggio di una comunità ma è «la nostra memoria comune»[9]. Lasciando sulla destra il cortile da dove si accedeva alla Tomba, con il grande cilindro di bronzo con i nomi dei campi e i sette bassorilievi del 1982 di Arbit Blatas, l’ingresso attuale è scandito dai Muri dei nomi: le due pareti laterali del cortile e due setti di pietra di Gerusalemme sfalsati recano incisi i 76.000 nomi degli ebrei francesi deportati, di cui 11.000 bambini, assassinati ad Auschwitz-Birkenau, prevalentemente, o a Sobibór, Lublin Majdanek et Kaunas, tra il 1942 e il 1944. Un grande «libro di pietra»[10], come lo ha definito Simone Veil nella stessa occasione, reso possibile dalle ricerche di Klarsfeld, approdate nel 1978 nel Mémorial de le déportation des Juifs del France, la lista di tutti gli ebrei francesi deportati tra il 1940 e il 1945, suddivisi secondo i convogli, e seguito nel 1994 da Le mémorial des enfants juifs déportés de France[11].  E’ definito per la sua mole dallo stesso autore «un monumento di carta»[12]. Come a Washington, nel Vietnam Veterans Memorial di Maya Lin, la dimensione dei setti murari è quella necessaria a contenerne i nomi. Sono l’episodio più concettuale dell’intero complesso: affidano ai nomi e al loro numero l’entità della tragedia, restituiscono dignità di persone a chi ne è stato spodestato, individualizzano una tragedia collettiva le cui proporzioni rischierebbero per la loro incommensurabilità di risultare astratte. Sono quei nomi a spingere il visitatore verso l’interno. Una volta dentro, si può scegliere di salire, verso l’archivio e la biblioteca o di scendere, verso il Memoriale e la mostra permanente.
A differenza di altri musei della Shoah, che prendono generalmente in esame un lasso temporale tra il 1933 e il 1945, quello di Parigi copre un arco molto più vasto, dal 70 d.C ai nostri giorni, ovviando così al rischio di appiattire l’ebraismo sul suo tentativo di annientamento. Forte inoltre della svolta impressa da Chirac, tra i carnefici, oltre a Hitler e al Terzo Reich, compare anche la Francia di Vichy[13]. Attraverso pannelli, fotografie, documenti – circa 2.000, molti dei quali in originale, provenienti in maggioranza dagli archivi del Cdjc – video, postazioni multimediali, touch screen e alcuni oggetti –  soprattutto libri e la valigia di un deportato francese, prestata dal Museo di Auschwitz – si procede lungo un percorso estremamente denso, a U rovesciata, con un doppio registro, francese ed europeo, collettivo e individuale. A singoli personaggi di spicco sono dedicate invece vetrine orizzontali con documenti, oggetti e un dossier consultabile dal visitatore.
L’esposizione si articola in due parti: la prima narra gli eventi in ordine cronologico, la seconda illustra temi poco analizzati nella prima, con un’impostazione meno rigida. L’area iniziale dell’esposizione fornisce le coordinate storiche e culturali ai temi trattati lungo il percorso; è suddivisa in tre sezioni, precedute da una serie di brevi profili individuali per illustrare quanto complessa e articolata fosse la presenza degli ebrei in Francia prima della Shoah.  Queste le sezioni: l’ebraismo, articolato negli ambiti “morale”, “cultura”, “storia” e “religione”; l’antisemitismo in Europa, presentato in una “linea del tempo” che va dall’inizio della diaspora fino alla seconda guerra mondiale; la storia degli ebrei in Francia, dalle origini alla fine dell’Ottocento. Nessun altro grande museo della Shoah dedica un’attenzione e un’area tanto ampie ai temi introduttivi e preliminari. L’area successiva interessa il periodo dal 1933 alle deportazioni, in Francia (a sinistra) e in Europa (a destra). Gli ebrei in Francia di fronte al nazismo; la Francia dall’esclusione degli ebrei ai primi campi; 1942: l’inizio della deportazione degli ebrei dalla Francia, fronteggiano: l’avvento del nazismo e dalla ghettizzazione al massacro. L’ultimo spazio della prima metà è dedicato ai campi di sterminio e principalmente ad Auschwitz-Birkenau. Nel corridoio che collega i due bracci della U, quattro grandi schermi proiettano in successione interviste originali a sopravvissuti. La seconda parte della mostra è incentrata su singoli temi, sempre nel confronto fra Francia e contesto europeo: la spoliazione degli ebrei in Francia e la reazione della società francese di fronte alle persecuzioni versus  la  spoliazione degli ebrei in Europa e la società civile tedesca di fronte ai crimini. Segue quindi un’area  dedicata prevalentemente alla Resistenza nelle sue varie forme, mentre l’ultima copre un arco di tempo assai lungo e decisamente superiore agli altri musei della Shoah: la persecuzione fino alla fine della guerra; la liberazione; dalla liberazione al dopoguerra; i processi ai criminali nazisti; la memoria della Shoah. L’approdo è in una sala molto luminosa con 3.000 fotografie di bambini e ragazzi francesi.
Nel 2006 inaugura invece, lungo la Allée des Justes, il Muro dei Giusti, con i nomi dei 3.900 Giusti che,  dal 1964 al 2014,si sono adoperati in Francia per la salvezza degli ebrei. Sulla facciata prospiciente del Collège François Couperin, una targa ricorda, come in tutte le scuole di Parigi, il numero dei bambini assassinati. Su questa scuola, però, un’altra targa annuncia che, su commissione della Ville de Paris, gli artisti Miriam Bäckström e Carsten Höller hanno realizzato Passage amplifié, dedicato ai bambini deportati: le voci della strada sono captate e amplificate, appena modificate in modo che per un breve lasso di tempo sembrino emergere dal nulla.

Il “campo degli ebrei”

Per raggiungere il campo di Drancy da Parigi, occorre compiere a ritroso il percorso dei deportati, dalla stazione di Bobigny, dove i vagoni erano avviati ai campi di sterminio, a la Citè de la Muette. Ciò che è visibile oggi è un campo a forma di ferro di cavallo circondato da abitazioni private a quattro piani e porticate; gente che va e viene in un’atmosfera di serena normalità.  E’ l’unica parte sopravvissuta di un progetto pilota, mai concluso, per abitazioni economiche e popolari (HBM) firmato tra il 1931 e il 1937 dagli architetti Marcel Lods ed Eugène Beaudouin. Razionalista nell’impianto regolatore perfettamente geometrico, innovativo nei materiali – cemento armato, legno, frammenti di marmo di Carrara inseriti nei pannelli di cemento, soprattutto gli infissi di metallo nero delle porte, finestre e ringhiere progettate da Jean Prouvè – e nel sistema di prefabbricazione – ambiva a offrire ai ceti meno abbienti, confinati in periferia, uno standard di vita confortevole e moderno. E’ infatti la presenza dell’industria ferroviaria in un territorio prevalentemente agricolo e di lotti edificabili a determinare a Drancy l’impennata del numero degli abitanti dopo il primo conflitto mondiale: dai 4.200 del 1911 ai 51.200 del 1931. La conseguente forte domanda di alloggi spinge il sindacato dei ferrovieri a rivolgersi all’Office Public d’ Habitations à Bon Marché del dipartimento della Senna. Fondato nel 1915, quest’ultimo inizia la sua attività all’indomani della prima guerra, sotto l’amministrazione di Henri Sellier, socialista convinto, sensibile alle condizioni abitative delle periferie urbane, affascinato inizialmente dall’idea di città-giardino teorizzata dall’urbanista inglese Ebenezer Howard. Ma a partire dal 1925, l’Office si indirizza piuttosto  verso la realizzazione di alloggi collettivi, decisamente moderni – lo stesso Sellier entra nel Comité de patronage della rivista «L’Architecture d’Aujourd’hui» –  che soddisfino allo stesso tempo esigenze estetiche, economiche e sociali. Introduce inoltre lo statuto del concorso per l’attribuzione degli incarichi di progettazione. Marcel Lods ed Eugène Beaudouin sono tra i vincitori del concorso bandito nel 1929: 1.250 alloggi su 10 ettari di terreno vergine acquistato dall’Office nel 1925. Da un disegno del 1932, il nuovo insediamento risulta situato al centro della città, dove sono state costruite le prime città-giardino di Drancy. Spiccano cinque torri, di 15 piani ognuna, per una altezza di 50 metri: si tratta dei primi grattacieli nella regione di Parigi. Le torri avrebbero dovuto ospitare duecentottanta appartamenti. Orientati a sud, altri dieci complessi, la cui altezza oscilla tra i due e i tre piani, erano invece disposti “a pettine” ai piedi delle torri. Se erano previsti altri immobili a nord intorno a nove corti quadrate, separati dalle torri da una promenade lunga 350 metri, a ovest un grande piazzale a ferro di cavallo di 200 m x 40 concludeva il progetto ospitando altri appartamenti di cinque piani e una serie di servizi come scuole, cinema, sale di riunioni, biblioteca, ambulatorio, negozi alimentari gestiti da cooperative, mentre i sotterranei erano destinati agli impianti idro-elettrici. Unico sopravvissuto alle traversie che diremo, è il piazzale, testimone di un grande sogno progettuale. Il cantiere apre nel 1932 ma la crisi economica internazionale si ripercuote inevitabilmente sull’andamento dei lavori con una sostanziale restrizione dei crediti. In più, l’insicurezza e la riduzione dei salari scoraggiano i destinatari a cambiare casa. Le ambizioni progettuali si ridimensionano di conseguenza: l’ultima torre è realizzata nel 1934, quando il piazzale prende la sua forma definitiva; gli alloggi non superano i quattro piani e molti servizi previsti non trovano realizzazione.  Nonostante le difficoltà, le immagini della Cité de la Muette fanno il giro del mondo, nei film e sulle riviste specializzate, come esempio di cantiere moderno e tecnologicamente avanzato. Ma all’inizio del 1935 il cantiere si blocca, quando le case del complesso a U sono ancora prive di infissi. Solo le torri e gli edifici “a pettine” possono essere affittati, ma i destinatari disertano l’appello; per supplire al deficit finanziario, l’Office si vede costretto nel 1937 ad affittare gli appartamenti alle Guardie repubblicane (GRM) e alle loro famiglie. Alle soglie del conflitto mondiale, se la Citè de la Muette attraversa un periodo di abbandono e degrado, il progetto partecipa a due importanti mostre internazionali d’arte e architettura contemporanee, al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris e al MoMA di New York[14].
Con la guerra si apre il secondo tragico capitolo de la Muette.
Nel 1940, infatti, il “ferro di cavallo” diventa un campo di internamento per prigionieri di guerra francesi e inglesi, circondato da filo spinato e da un cammino di ronda, per trasformarsi invece, dall’anno successivo, nel “campo degli ebrei”. Si tratta del primo détournement di un complesso abitativo in luogo di confinamento[15]. Nel periodo più intenso della deportazione, tra il 1942 e l’anno successivo, il campo è  amministrato dal prefetto di Parigi. Il 22 giugno 1942, grazie alla vicinanza di due stazioni ferroviarie, parte il primo convoglio diretto ad Auschwitz. A seguito della retata del Vel’ d’Hiv il 16 e il 17 luglio, 13.000 persone, prevalentemente donne e bambini, sono trasferiti nel campo. Seguiranno altri trentuno convogli fino al 1944. Si calcola che, tra il 1941 e il 1944, 100.000 persone siano state detenute a Drancy, di cui 67.693 ebrei, di cui 66.175 mai tornati. Da luglio 1943 il campo passa sotto l’Alto comando tedesco, nella persona di Theodor Dannecker e la direzione è assunta dal nazista Alois Brunner che organizza scientificamente la deportazione dividendo gli internati in categorie. Nell’estate del 1944, con l’avanzare degli alleati, migliaia di ebrei sono avviati verso sud per essere deportati; l’ultima grande retata, soprattutto di bambini, ha luogo il 31 luglio, mentre l’ultimo convoglio lascia Drancy il 17 agosto.

Drancy dopo Drancy

Il terzo capitolo, Drancy dopo il campo di Drancy,  è una storia «polifonica»[16]. Alle due associazioni ebraiche fondate nel 1944 di cui abbiamo detto, si aggiunge, l’anno successivo, ”Amicale des Anciens Déportés Juifs de France”, fondata da Nahum Fansten, dedita soprattutto al riconoscimento della specificità del genocidio ebraico.La loro prima proposta è che la Muette venga utilizzata per alloggiare i sopravvissuti in attesa del ricongiungimento con le famiglie. Ma il comune, da sempre e fino al 2011 ad amministrazione comunista, obietta che tutti i rimpatriati, politici e razziali, hanno lo stesso diritto d’asilo. Nel frattempo si moltiplicano, nel corso degli anni Quaranta, le testimonianze, scritte e grafiche, degli ex internati, pubblicate dal CDJC, dove è descritta minuziosamente la struttura e la vita nel campo. Stampate in poche copie, restano marginali nel processo di elaborazione della memoria collettiva che è comunque ancora subordinato allo slancio e  all’impegno nella ricostruzione.
Anche l’iter per la costruzione del monumento di Schlomo Selinger è lungo e irto di difficoltà. La prima richiesta della Confederazione all’HBM per la cessione del terreno su cui erigere il monumento, sostenuta da un comitato prestigioso  che annovera tra i politici lo stesso sindaco di Drancy, risale al 1945. E’ però respinta l’anno successivo dall’Office con la motivazione che la Cité deve tornare alla destinazione originaria di complesso di abitazioni economiche e popolari. Come far convivere gli abitanti di un insediamento periferico con un luogo di memoria tragico che è a sua volta memoria di un’utopia modernista? Il problema, che si affaccia sin da subito, è cruciale: la relazione tra passato e presente, tra memoria e quotidianità, già affrontato, tra gli altri, dal Memoriale di Berlino di Peter Eisenman, da quello di Stih & Schnock nella stessa città, dagli Stolpersteine di Gunter Demnig. Si ripiega allora sulle targhe commemorative, apposte nel 1947 nella stazione di Bobigny, da dove partivano i convogli, al Vel’ d’Hiv e all’entrata del campo di Drancy, i cui testi fanno riferimento al solo genocidio ebraico; e sui pellegrinaggi al “campo degli ebrei”, nel 1944, nel 1946 e nell’anno successivo, quando Drancy è tornata a essere una zona residenziale. Dal 1949, la commemorazione si trasferisce nella sinagoga di rue de la Victoire, dove una steleriunisce nel ricordo tutte le vittime dell’occupazione tedesca: in testa i combattenti di guerra e della resistenza, poi i deportati. Nel 1961, grazie anche all’eco mediatico del processo Eichmann a Gerusalemme, dove Georges Wellers, unico testimone francese, racconta la vita infernale degli internati di Drancy in attesa della deportazione, la vicenda del campo assurge in primo piano: il sindaco Maurice Nilès e il presidente della Association Fraternelle si accordano per esigere un monumento commemorativo. Preceduta il 28 marzo 1965 da una grande cerimonia commemorativa promossa dalla Fraternelle alla presenza di tutte le autorità governative, municipali, ebraiche – il Rabbino capo di Francia e il Consistoire central degli ebrei francesi, la prima pietra del monumento è posata nel 1969, ma l’Amicale protesta perché, nel pannello esplicativo, si parla di omaggio al sacrificio dei 66.175 ebrei che non sono tornati ma anche ai membri della Resistenza francese che hanno dato la loro vita per la libertà, la patria e la pace. Raddrizzato il tiro, il comitato promotore, divenuto nel frattempo “Comitato di sostegno per l’erezione di un monumento alle vittime delle persecuzioni razziali internate nel campo di Drancy come anticamera dei campi di sterminio nazisti”, lancia nel 1971 una campagna di sottoscrizione pubblica e bandisce un concorso: tra i sessanta progetti presentati, la giuria opta, due anni dopo, per quello di Selinger. Sopravvissuto a diversi internamenti e a due marce della morte, perderà per anni la memoria; la ritroverà progressivamente attraverso l’arte: quanto sembrava frutto di fantasia e improvvisazione assumeva piano piano attraverso il disegno le sembianze di una tragica realtà vissuta. Nel 1976, a trent’anni dalla liberazione del campo, inaugura finalmente il monumento tanto agognato: corpi spasmodicamente contorti e allacciati, eternati nel granito rosa, si ergono tra due parentesi di marmo, su una sorta di collina raggiungibile attraverso tre rampe di scale. Un monumento carico di significati simbolici, di riferimenti all’alfabeto ebraico e alla Cabala, con una iscrizione che nomina solo gli ebrei francesi vittime della barbarie nazista. Il linguaggio inesorabilmente realista, la dimensione ipertrofica, il materiale impiegato, la quantità di significati che veicola, rendono l’opera estremamente tradizionale e celebrativa: quanto di più distante da un “monumento per difetto”.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni successivi la memoria della Shoah entra prepotentemente nei discorsi e nello spazio pubblico,  grazie a una serie di pubblicazioni quali il libro di Robert Paxton sulla Francia di Vichy[17],, il documentario di Marcel Ophuls Le Chagrin et la Pitié, le Mémorial de la déportation des Juifs de France  di Klarsfeld[18] e, nel 1985, al capolavoro Shoah di Claude Lanzmann. A ciò vanno aggiunti: gli atti criminali antisemiti come l’incendio di una sinagoga a Drancy, le proposte negazioniste del vecchio commissario generale alle questioni ebraiche e, tra il 1983 e il 1998, i tre processi ai criminali nazisti e collaborazionisti Klaus Barbie, Paul Touvier e Maurice Papon. E’ in questa temperie che il sindaco di Drancy Maurice Nilès propone l’aggiunta di un secondo memoriale, un vagone ferroviario del 1941 poggiato su rotaie, davanti al monumento di Selinger. Donato dalle ferrovie francesi, è inaugurato nel 1988 e ospita una mostra sulla storia del campo.
A differenza della scultura di Selinger che potrebbe adattarsi a qualsiasi luogo di sofferenza e di morte, il vagone ferroviario è inevitabilmente associato alla deportazione e alla Shoah, soprattutto in un luogo dalla cui stazione sono partiti decine e decine di convogli.
Se occorrerà attendere più di vent’anni per la realizzazione del Memoriale della Shoah-Drancy, ultimo atto della restituzione al luogo della sua memoria, che ne è dell’insediamento architettonico? Gli alloggi nella zona a U restaurati dallo stesso architetto Marcel Lods nel 1949 non sono sufficienti  a soddisfare le necessità degli abitanti. Tra il 1957 e il 1962 vengono costruiti nuovi complessi immobiliari mentre le torri e gli edifici a pettine sono venduti nel 1973 al ministero della Difesa. Nonostante i tentativi di salvaguardarne almeno un esemplare, sono tutti demoliti tra il  1974 e il 1976, contestualmente all’inaugurazione del monumento di Selinger. Così, la memoria zoppa di una utopia architettonica e quella di un campo di internamento nazista abitato oggi da cittadini immemori della sua storia, restano ancorati a un frammento architettonico, a un monumento celebrativo e a un vagone ferroviario. 
Nel 1999 l’OPH avvia un processo di ristrutturazione del complesso a U che comporta la sostituzione degli infissi originali disegnati da Jean Prouvè. La protesta del fotografo americano William Betsch, a Parigi per il processo Papon, per la sostituzione degli infissi originali con altri di nessun pregio, accelera l’ordinanza, firmata nel 2001 dal ministro della cultura Catherine Tasca, per fare della Cité de la Muette un sito protetto, con particolare attenzione alle facciate, i tetti, le scale, le cantine, il tunnel scavato per una evasione collettiva, scoperto dalle SS prima che fosse completato. Due gli obiettivi della tutela: la più importante realizzazione architettonica e urbanistica del XX secolo, e il suo utilizzo durante la Seconda Guerra Mondiale come campo di internamento e poi di transito per la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. I restauri che seguono sono condotti nel più grande rispetto dell’originale e gli infissi di Prouvé tornano al loro posto nel 2002. Secondo la grande urbanista Francoise Choay le due memorie sono incompatibili.  In più, c’è da ricordare che Drancy fu solo un luogo di transito per la deportazione, dunque «pensato a partire da un altro»[19], come osserva acutamente Annaïg Lefeuvre. «Drancy non è stato un campo di sofferenze ma di angoscia»[20], di attesa di qualcosa di peggiore che doveva accadere. Il racconto su Drancy implica tre tempi: un prima, cioè la persecuzione degli ebrei in Europa, e un dopo, cioè il loro sterminio; l’internamento nel campo è un tempo di sospensione.

Ultimo atto

E’ ancora Klarsfeld il responsabile dell’ultimo atto: il Memoriale della Shoah-Drancy, davanti al campo, su un terreno donato dalla Municipalità alla Fondazione per la Memoria della Shoah.  Un concorso internazionale bandito nel 2004 premia il progetto dall’architetto svizzero Roger Diener. Un volume purissimo, con la base leggermente rientrata rispetto al fronte stradale, conclude il fronte suddella piazza. Completamente trasparente, consente l’osmosi continua tra dentro e fuori, tra chi visita la mostra e cerca riscontri nei luoghi reali delle storie raccontate e chi vive la realtà dei luoghi e anela ad approfondirne la storia. Si articola su 6 livelli, di cui due sotterranei: la sala delle conferenze, la zona di accoglienza a piano terra e poi, a salire, il centro di documentazione, gli spazi pedagogici, l’esposizione permanente sulla storia del campo, all’ultimo piano. Inaugurato nel 2012 alla presenza del Presidente FrançoisHollande, assume su di sè, secondo Lefeuvre, il peso memoriale di un luogo che sembra aver smarrito la sua storia nella quotidianità, sollevando in qualche modo gli abitanti da quel compito. Se prima i visitatori si addentravano per le scale e nelle case a caccia di tracce e testimonianze, ora vengono condotti al museo dove leggono la storia, trovano alcuni reperti originali, consultano pubblicazioni, verificano “alla finestra” la veridicità dei fatti raccontati. Cosa fa sì che il visitatore che si reca oggi a Drancy percepisca la tragica storia che ha avuto lì luogo tra il 1940 e il 1944? E’ la stessa domanda che si è posto Georges Didi-Huberman nel suo diario fotografico di una visita ad Auschwitz-Birkenau nel 2011, nel tentativo disperato di far collimare la realtà odierna con quella passata, con l’ausilio della cultura e della conoscenza. Esattamente come accade in archeologia.
Abbiamo condiviso, lungo le pagine di questo volume, le grandi intuizioni di Gérard Wajcman circa l’impossibilità di descrivere e rappresentare ciò che nessuno ha visto, se non tentando di rappresentare proprio quel vuoto e quell’assenza. Di qui il suo plauso al capolavoro di Lanzman e ai contro-monumenti tedeschi. Abbiamo anche detto come Wajcman abbia furiosamente polemizzato con il libro di Huberman Immagini malgrado tutto[21] imperniato sulle quattro fotografie scattate furtivamente da un membro del Sonderkommando all’interno del crematorio V. Quelle fotografie, meno una, sono oggi esposte su altrettante stele ad Auschwitz tra il bosco di betulle e i resti del crematorio, e presenti nel libro di Huberman. In esse, il passato e il presente si sovrappongono. Per il resto, sono immagini di oggi: oggetti – come le scorze d’albero che danno il titolo al volume – la porta di una baracca, la finestra che dà sulla rampa della selezione, paesaggi, che riconosciamo solo grazie a ciò che già sappiamo. «“È inimmaginabile”. L’ho detto anch’io tante volte, come tutti. Ma se devo continuare a scrivere, a guardare, a inquadrare, a fotografare, a montare le mie immagini e a pensare, è proprio per rendere tale frase incompleta. Bisognerebbe piuttosto dire: “È inimmaginabile, dunque devo immaginarlo malgrado tutto”»[22]. A Drancy, la mediazione tra ciò che è stato e ciò che è oggi, viene  svolta proprio dal Museo che, per trasparenza, consente di confrontare quello che apprendiamo oggi attraverso le immagini di ieri con quello che vediamo direttamente oltre le pareti vetrate, lo scarto tra le persone affaccendate oggi nelle loro case e quelle aggrappate alle finestre che buttavano il pane alle colonne di deportati, come nelle testimonianze grafiche di Georges Horan-Koiranski, internato nel campo e liberato nel 1943; o sui graffiti – recuperati in 300 nel corso del restauro del 2009, staccati, restaurati e custoditi negli Archivi di Seine-Saint-Denis – in prestito al Museo. Se l’architettura di Diener & Diener sollecita una riflessione su una diversa idea di modernità rispetto al progetto di Lods e  Beaudouin, il monumento di Seligman resta graniticamente ancorato ai suoi tempi.


[1] O. Lalieu, Histoire de la mémoire de la Shoah, Éditions Soteca, Saint-Cloud 2015, p. 67.

[2] Cfr. J. E. Young, The Texture of Memory. Holocaust, Memorials and Meaning, Yale University Press, New Haven-Londra 1993, pp. 81-90.

[3] A. Wieviorka, La représentation de la Shoah en France: mémoriaux et monuments, in J. Y. Boursier (a cura di), Musées de guerre et mémoriaux. Politiques de la mémoire, Éditions de la Maison des sciences de l’homme, Parigi 2005, p. 53.

[4] Archives du Mémorial de la Shoah, Parigi.

[5] «Vie et révolte du ghetto de Varsovie et des ghettos des pays de l’Est», novembre-dicembre 1961.

[6] Dal discorso tenuto dal Presidente della Repubblica Jacques Chirac il 16 luglio 1995 nel corso della commemorazione dei cinquantatré anni trascorsi dal Rafle du Vél d’Hiv.

[7] Ibid.

[8] Dal discorso tenuto dal Presidente Jacques Chirac il 25 gennaio 2005 in occasione dell’inaugurazione della nuova ala del Memoriale della Shoah di Parigi. Ora in Inauguration du Mémorial de la Shoah. Discours. Paris, janvier 2005, pubblicazione del Mémorial de la Shoah, Musée, Centre de documentation juive contemporaine, Parigi 2005, p. 11.  

[9] Ivi, p. 13.

[10] Dal discorso tenuto da Simone Veil il 23 gennaio 2005 in occasione della cerimonia di presentazione del Muro dei nomi, ivi, p. 31.

[11] S. Klarsfeld, Mémorial de la déportation des Juifs de France, Klarsfeld, Parigi 1978 e S. Klarsfeld, Le mémorial des enfants juifs déportés de France, Parigi 1994.

[12] Dal discorso tenuto da Serge Klarsfeld il 23 gennaio 2005 in occasione della cerimonia di presentazione del Muro dei nomi, in Inauguration du Mémorial de la Shoah, cit., p. 37.

[13] Cfr. A. Minerbi e M. Sarfatti, L’era dei musei della Shoah. Sei recenti allestimenti, in «Italia contemporanea», n. 249, dicembre 2007, pp. 583-599.

[14] Cfr. R. Poznanski, D. Peschanski, B. Pouvreau, Drancy. Un camp en France, Fayard, Ministère de la Défense, Parigi 2015, pp. 25-27.

[15] J-L. Cohen, “La mort est mon project”: architectures des camps, in F. Bédarida e L. Gervereau (a cura di), La déportation. Le système concentrationnaire nazi, BDIC, Nanterre 1995, p. 35.

[16] R. Poznanski, D. Peschanski, B. Pouvreau, Drancy. Un camp en France, cit., p. 239.

[17] R. O. Paxton, Vichy France: old guard and new order, Alfred A. Knopf Publishing, New York 1972.

[18] S. Klarsfeld, Mémorial de la déportation des Juifs de France, cit.

[19] A. Lefeuvre, In situ, c’est-à-dire en face: le camp de Drancy, in «Mémoires en Jeu», n. 3, aprile 2017, p. 73.

[20] C. Palant, in Id., p. 79.

[21] G. Didi-Huberman, Images malgré tout, Les Éditions de Minuit, Parigi 2003.

[22] G. Didi-Huberman, Écorces, Les Éditions de Minuit, Parigi 2011, p. 30.